ZORRO
"Lo strano caso di Don Diego de la Vega", tesi di specializzazione in psicoterapia con un titolo alla Poe, incentrata su un paziente che aveva una doppia personalità. Di giorno era il compassato e borghese Segnor Diego de la Vega, di notte si trasformava in Zorro ed era capace delle peggio cose perverse.
Insieme a lui ho attuato un lungo percorso terapeutico, molto molto interessante. E' stato tra l'altro l'unico paziente di quel tipo che ho avuto. Di solito chi soffre di Perversione (o come si dice talvolta, Parafilia) difatti non va dallo psicologo
Questa persona non "soffre" per la sua perversione, anzi ci "gode" e teme semmai che la psicoterapia "curandolo" gli tolga l'unico godimento vero che ha. Se inizia una terapia è solo perché è stato obbligato dai giudici (con scarsi risultati) o perché si rende confusamente conto che i suoi atti possono essere pericolosi per se o per gli altri (quando per esempio includono bambini, sangue, dolore, droga etc, la fantasia in questo campo non ha limiti).
A questa mia tesi associo poi un ricordo significativo: almeno cinquemila persone si erano laureate in quella scuola e un giorno spulciai tutti i titoli per vedere chi aveva trattato l'argomento prima di me e magari trovare ispirazione, spunti, un sentire comune.
Niente. Rimasi di stucco: NESSUNO aveva trattato l'argomento Perversione. Vi giuro c'erano tesi che parlavano di tutto: dal significato simbolico delle fiabe tibetane ai collegamenti tra psicologia e fantascienza, dall'esame di una paziente schizofrenica polacca al livello di stress nei gondolieri, ma dall'argomento Perversione tutti si erano tenuti ben lontani, sia a livello pratico che teorico.
"Vabbè -mi dissi all'epoca- poco male, sono libero di scrivere quello che voglio." E' un campo talmente poco esplorato che basta poco per acquisire una certa fama. Divenni infatti presto uno dei massimi esperti italiani (lettore! io!) e venni invitato anche a qualche convegno. Tante storie incredibili ho sentito, non pensavo. Dato che a me però piace variare, mi occupai presto anche di altro, ma ricordo benissimo la sensazione che (se avessi voluto), la strada per diventare uno dei cosiddetti esperti era aperta.
Ma perché questa repulsione per un tema che, nella nostra vita, è certo più presente delle fiabe tibetane o della schizofrenia? Lo notavo spesso anche intorno a me: quante occhiate strane da parte dei colleghi quando parlavo della tesi, quanta freddezza.
Una spiegazione l'ho letta in uno scritto di Sigmund Freud del 1905, "Tre saggi sulla teoria sessuale" (per me in molti punti ancora insuperato). Provo a dirlo senza paroloni: essendo difficile definire la sessualità normale, in ognuno di noi esiste la voglia di sperimentare ma anche la paura di scoprirsi malati. Ed è un conflitto talmente intimo che se qualcuno ne parla ci dà molto fastidio e il contenitore viene equiparato subito al contenuto. L'avversione per il sesso, che sembrava uscita dalla porta, con il rifiuto di studiare la perversione rientra dalla finestra,
Lo stesso Freud ne era consapevole: affrontando questi temi era certo dell'ostacismo dei colleghi ma non poteva esimersi di dire le cose, di quanto fosse importante la vita sessuale nel conformare la nostra mente. Ostracismo che poi puntualmente avvenne.
E, incredibile, avviene anche ai giorni nostri! Molti considerano Freud un erotomane. Uscita dalla porta, rientrata dalla finestra. A volte mi vien voglia di travestirmi io da zorro e zac zac zac, combatterli tutti!
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