Visualizzazioni totali

giovedì 9 luglio 2026

(Lettera spedita alla famiglia del suicida, bisogna prendersi le proprie responsabilità)

 

Ho conosciuto Daniele per la prima volta tanti anni fa, agli inizi della mia professione di psicologo, quando lui aveva solo 10 anni. Venne nel mio studio accompagnato dalla madre, lei con problemi di alcolismo, trattata da una collega. Il bambino era in grande crisi, avendo i genitori divorziato da poco. Non se ne faceva una ragione, aveva continui incubi la notte, non parlava più con nessuno, a scuola era una continua scena muta (purtroppo la depressione esiste anche nei bambini).

In questi casi le regole di intervento sono piuttosto semplici. Silenzio. Rispetto. Evitare commenti da “pacca sulla spalla”, invasivi o diretti. Non provare insomma a “tirarlo su” (questo in genere vale con tutti i depressi) anche se l’han mandato da te per questo. Il risultato sarebbe fasullo.

Il bambino non piangeva neanche (brutto segno) e si limitava a guardare il pavimento. Dopo un po’ mi presentai e chiesi se era disposto a farmi qualche disegno. All’inizio era titubante, poi quando capì che non li avrei mostrati a sua madre divenne un fiume in piena e mi riempì una intera cartelletta. Aveva proprio bisogno di esprimersi, in quella famiglia il dolore era troppo congelato.

Un disegno tra i tanti mi rimase impresso. Erano i tempi della morte per Aids di Freddie Mercury. Davide disegnò una storia in cui un dottore comunicava a Freddie Mercury che era malato e purtroppo sarebbe morto presto. Al che Freddie, dopo averlo ascoltato, pensava “allora ho poco tempo, devo scrivere ora le mie canzoni più belle. Guardai la storia e mi commossi. Quel bambino aveva dentro la cosa più importante, come trasformare una tragedia in una speranza, come reagire. Una lezione imparata da un bambino. Negli anni seguenti pensavo a lui con molta dolcezza.

Più di trent’anni dopo mi ricontattò, scoprii che anche lui aveva un buon ricordo di me. Purtroppo negli anni erano diventate molto evidenti le sue difficoltà relazionali, soffriva per una forte dismorfofobia (percezione del corpo alterata). Ci mettemmo d’accordo per consulti solo online ma dato che anche in quel caso si vergognava di se stesso mi lasciava intravedere solo i capelli biondi. Era infatti convintissimo di essere basso, grasso, col naso storto etc e che non avrebbe mai avuto una donna per questi motivi. Beveva, fumava troppo e si stava evidentemente lasciando andare.

Con lui iniziai un percorso psicologico purtroppo molto molto incostante., mi chiamava (se mi chiamava) una volta al mese, in genere per narrarmi dei suoi fallimenti relazionali. Ogni mese poi, tra coca alcol e fumo, se ne andava mezzo stipendio per cui era sempre con problemi economici, “un borghese decaduto” si definiva (riaffiorava qui la sua antica depressione). Purtroppo i suoi fantasmi personali e le dipendenze hanno sempre avuto la meglio sui tentativi di avere una qualsivoglia relazione sentimentali, “mi sono rassegnato a fare una vita da Incel”. Malgrado lo esortassi a più riprese di recarsi al Sert, Noa e/o al CPS competente ci andò solo pochissime volte.

L’impressione era quella di una persona che volesse lasciarsi andare e facesse ben poco per reagire, rifiutando ogni aiuto, usando le sue energie e la intelligenza, come spesso fanno i depressi, per escogitare nuove sconfitte.

Ad un certo punto sparì, per un anno non rispose a messaggi o telefonate. Si rifece vivo a marzo 2026 solo per chiedere di prescrivergli un farmaco che usavano in Svizzera nei suicidi assistiti. Una richiesta evidentemente provocatoria che non volevo potevo esaudire. Ma come mai quella richiesta? Nel corso dell’anno di silenzio tutto nella sua vita era andato a rotoli: licenziato dall’Amsa per assenze ingiustificate, non si era cercato un nuovo lavoro né aveva instaurato una qualsivoglia relazione, viveva con la Naspi (che a malapena copriva i suoi vizi). E, cosa ancor più grave, aveva fatto una vendita scellerata della sua casa di proprietà ereditata, comprando in cambio una casa non utilizzabile e dilapidando in un mese i soldi che erano rimasti.

Tutte cose che la sua famiglia, che lo supportava da tempo, conosce meglio di me dato che lui a me ne parlava con molta reticenza. Aveva litigato con tutti e stava volontariamente toccando il fondo, malgrado le sue potenzialità. Il 25 giugno dovette lasciare casa, “sono per strada”. Pochi giorni dopo il tragico epilogo a soli 45 anni.

Una storia amarissima. I fantasmi personali che una persona ha e si porta dentro sin da bambino sono stati in questo caso più forti di tutto, delle esperienze, dei consigli, dell’aiuto. Daniele è stata per me la riprova di qualcosa che mi hanno sempre detto i maestri e a cui io mi ribellavo: “se una persona non vuole essere aiutata non la puoi aiutare. Puoi lanciargli cento salvagenti ma se vuole affondare lo farà.” Rimane sempre il dubbio ...se avessi fatto se avessi detto… ma ormai il tempo è finito.

Luca Tartaro

mercoledì 8 luglio 2026

UNA ETIMOLOGIA CHE STUPISCE

Di sicuro ha stupito me. Non me l'aspettavo proprio. Avete presente il verbo napoletano "pazziare" nel senso di scherzare, giocare, divertirsi, cazzeggiare o il fare cose buffe e sconsiderate in allegria" (Vocabolario Treccani)?

A Napoli è usatissimo e io stesso, quando ero in visita nella città partenopea e facevo lo scemo, venivo apostrofato con "Uè Luchino, hai fernuto 'e pazzià?" (l'ho ricordato qui Risposta di Luca Tartaro a Hai mai tenuto un comizio politico? )

Viene sempre spontaneo associarlo al verbo "impazzire" in una accezione però "sudista", in cui la pazzia è vista come eccentricità e non ha certo lo stigma sociale che ha tra i "nordici" e che porta all'allontanamento, all'isolamento sociale, una brutta roba.

E invece no, la sua derivazione è un'altra! Il napoletano "pazziare" non deriva da pazzia, come sembrerebbe logico, ma dal greco paidòs cioé bambino. "Pazziare" vorrebbe dire allora "comportarsi come un bambino", che gioca scanzonato, allegro, irriverente! Si diverte insomma e Napoli ci insegna che possiamo farlo anche da adulti.

Pazziammo popolo! Perché è una lingua, non è un dialetto!

martedì 7 luglio 2026

SERVIRE A QUALCOSA

(dialogo di venerdì)

"Ciao Luca come stai?"

"Oh ciao Enrico, grazie che sei venuto a trovarmi, cos'è quella faccia?"

"Guarda, è un momentaccio. A te lo posso dire, ho litigato con la mia ragazza, è arrabbiata con me, vorrei fare pace, sono pentito ma non so cosa fare. Ogni volta mi scaccia via."

"Ho capito, ascolta me che son più vecchio di te. Prendi questi 20 euro."

"E cosa ci faccio con questi soldi?"

"Comperi un mazzo di fiori e lo porti alla morosa. Mentre lo porgi le dici "oggi sei così bella che ti voglio offrire dei fiori". Mi raccomando sorridi umile."

"Ma va, figurati se funziona."

"Tu prova, chiedi scusa e poi mi dici. Anzi prendine altri 20, così le comperi pure dei cioccolatini, dopo che lei ha in mano i fiori li consegni e dici "Questi sono per te", sempre umile"

"Ok ci provo, se lo dici tu, grazie dei soldi. C'è un pakistano vicino casa mia che vende fiori, poi passo in pasticceria."

(tre giorni dopo)

"Ciao Enrico, oh che bella faccia. Allora come è andata?"

"Luca, è stato stupefacente. All'inizio quando ha visto i fiori si è messa a ridere, ma quando ha visto anche i cioccolatini non si è trattenuta più e si è commossa. Ci siamo baciati e abbiam fatto la pace. Meno male che lei è felice, così son felice anch'io."

"E' in questo modo che funzionano le coppie."

"Grazie, adesso me lo ricorderò."

"Mi raccomando, ogni volta escogita qualcosa di nuovo, fantasia."

"La devo sorprendere?"

"Vedi che hai imparato? Con i sentimenti va così, non dare nulla per scontato. E anche noi babbioni serviamo a qualcosa, a insegnare ai giovani uomini la galanteria. Ah, l'amour…"

lunedì 6 luglio 2026

UNA TRADUZIONE SBAGLIATA 

E' stato uno choc. In questa valle di lacrime della nostra vita, meno male che alcune immagini e sensazioni continuano a scaldarci dentro. Possiamo anche fare i cinici ma senza questi "buoni ricordi" non saremmo sopravvissuti. Una notte d’amore, il sorriso di una bambina, il sapore di una ciliegia, una giornata sulla neve, le parole del nonno… ognuno ha i suoi.

Tra questi buoni ricordi ce n'è uno che è comune a molti: l'immagine commovente del presepe la notte di Natale, la sacra famiglia nella grotta circondata dai pastori adoranti con al centro il bambin Gesù nato al freddo e al gelo riscaldato dal fiato del bue e dell'asinello. scena che illumina ogni 25 dicembre. Un nuovo anno inizia, un nuovo mondo, pace in terra.

Fu San Francesco d'Assisi nel 1223 a realizzare a Greccio il primo presepe vivente della storia, con Giuseppe Maria il piccolo Gesù i pastori etc. Seguendo poi antiche profezie bibliche e immagini non presenti nei vangeli canonici ma in quelli apocrifi (cioé non ufficiali, come lo Pseudo Vangelo di Tommaso), San Francesco volle fortemente la presenza di un bue e di un asinello accanto alla mangiatoia, rendendo questi animali un pilastro insostituibile del Natale.

Ma ecco che oggi, leggendo lo Pseudo Vangelo sull'infanzia di Tommaso (sì, sono un appassionato lettore dei Vangeli Apocrifi, ne avevo già parlato qui Risposta di Luca Tartaro a Gesù è andato a scuola?) mi imbatto in questa nota critica: "E' davvero stupefacente che la leggenda "del bue e dell'asino" presso la culla di Gesù sia nata per un banale errore di traduzione! Infatti il testo greco dei Settanta èn mèso duò zòon cioé "in mezzo a due età" che è l'esatto pensiero di Hab. III 2, è stato tradotto in latino "in medio duorum animalium" per la somiglianza tra il genitivo plurale di zòe (età) e il genitivo plurale di zòse (animale)."

Ma… ma allora l'immagine del bue e dell'asinello che avevo sin da bimbettto era falsa! La mia credenza era falsa, vitamara. Dire che ci sono rimasto male è dire poco.

A questo punto però il Luca adulto si è commosso ed è venuto in soccorso pepperepepè del Luchino bambino. "Non è importante quello che è successo nella realtà, sai piuttosto cosa vuol dire? Se il bue e l'asinello hanno resistito malgrado tutto è perché ce n'era bisogno! Voleva dire che anche la natura e gli animali erano felici della nascita. Perché la verità è che questo è un bambino di valore, che andrà molto, molto lontano!" E il Luchino torna a sorridere!


 CHI E' GENGIS KAHN IN MONGOLIA

E' loro eroe nazionale, quando mi recai in viaggio in Mongolia 15anni fai notavo che la sua presenza era capillare ovunque. E anche se nel resto del mondo è considerato un feroce conquistatore, un barbaro assetato di sangue che ha sterminato milioni di persone, di certo sotto il suo comando la Mongolia era diventato il primo paese nel mondo con un Impero vastissimo, dal Giappone all'Europa. Non è durato molto, ma abbastanza per essere visitato da Marco Polo.

Ha dato dignità ad un popolo che è sempre stato ai margini della storia e per tutti i mongoli è un vero padre, esempio di forza. Discutibile ma forza. In fondo è la stessa cosa che è successa in Romania con il conte Vlad l'Impalatore, detto anche Dracula. Occhio a toccare gli eroi nazionali, i padri (questo vale per tutti). Per il mondo sono quasi dei mostri ma per loro non si discute, sono eroi e basta.

Tornando a Gengis Kahn, in un parco nazionale (la Mongolia è il paese meno popolato del mondo ed è piena di meravigliosi parchi naturali) si trova una sua statua talmente grande che è visibile dallo spazio.

Quando ci siamo recati nel centro della capitale Ulan Bator, vale a dire la enorme piazza Shukbataar, grande due campi di calcio, su cui si affaccia il parlamento mongolo, la sola facciata del parlamento era lunga 100 metri. Il tutto dava un senso di imponenza, mi sentivo sperduto e piccino, come si fa a riempire una piazza così?

A proteggere il parlamento mongolo c'è una una gigantesca statua di Gengis Kahn, la statua più massiccia che abbia mai visto.

Statua affiancata da cavalieri mongoli e da quelle del figlio Ogodè e del nipote Kublai Kahn, imperatore della Cina. E naturalmente il vostro affezionatissimo non ha resistito e si è messo in posa tutto sbilenco pure lui (foto scattata da mio figlio). Gengis, ci sono anch'io! :D

Il giorno dopo siam partiti per la Cina. Ora mi faccio un poco di pubblicità: chi volesse leggere l'intero resoconto della mia Transiberiana (il lunghissimo treno che va da Mosca a Pechino, un'avventura), può prenderlo su Amazon

TIGRI SIBERIANE IN AMORE: -un viaggio sconsigliato-

Tigri siberiane in amore! Foreste incendiate dal sole! Cavalieri mongoli di Gengis Kahn che fanno le gare col treno!


LO PSICOLOGO ABUSIVO

(Avvertenza: questo è un post tecnico, non semplice)

Sono laureato in Psicologia e questa domanda evidenzia un problema serio e frequente che ho incontrato negli anni: l'esercizio abusivo della professione da parte di chi non aveva uno straccio di laurea o preparazione. (il problema riguarderebbe anche medici, avvocati, ingegneri etc, qui parlerò solo di noi Psicologi).

Il Codice Penale sull'esercizio abusivo della professione parla chiaro: chi viene beccato rischia un multone (da 10.000 a 50.000 euro) e una reclusione da sei mesi a due anni. Pene che si impennano se ci sono stati danni. Occhio a spacciarvi per chi non siete.

(Di Caprio e Tom Hanks sul tema ci hanno costruito un film divertente, Prova a Prendermi)

Il "guaio" per gli psicologi è che fino al 1989 non c'era uno straccio di Albo Professionale. Gente che fino al giorno prima vendeva zucchine, poi metteva il cartello "Psicologo" sulla porta e non infrangeva alcuna legge. Poi dal 1989 al 1994 sono usciti vari decreti che hanno regolarizzato la situazione e in generale oggi puoi definirti e lavorare come Psicologo SOLO se sei laureato in Psicologia e iscritto all'Albo della tua regione (per esempio io sono iscritto all'Albo Psicologi della Lombardia n° 3528 dal 16.2.1994)

E la psicoterapia? Qui casca l'asino perché non esiste l'album degli Psicoterapeuti. Nella legislazione vigente ci sono varie zone d'ombra. In teoria può fare psicoterapia solo chi è laureato in Psicologia/Medicina, ha superato l'esame di stato e ha frequentato una scuola di specializzazione riconosciuta ma fatta la legge trovato l'inganno.

Voi infatti, da profani, sapreste riconoscere la differenza tra un colloquio psicologico, uno di sostegno, una psicoterapia, una somministrazione di test psicodiagnostici, un percorso curativo, un coaching, un programma di educazione mirata e via fantasticando? Non ci riescono sempre i professionisti, figuriamoci chi non se ne intende.

Inoltre, tanto per intorbidare il lago, non solo gli psicoterapeuti veri o presunti si occupano di questi . temi, ma anche mental coach, naturopati, maghi, educatori, motivatori, psychological AI, brain trainer e via elencando. Ogni tanto leggo di un nuovo nome, apprezzo la fantasia e penso "ommadonna un altro".

A questo punto, una generica raccomandazione: se volete iniziare un percorso psicoterapeutico informatevi senza problemi sullo specialista a cui vi rivolgete. Lo fareste con il chirurgo, l'ingegnere, l'avvocato etc non vedo perché non farlo con lo psicoterapeuta. Risponderà con chiarezza ai vostri quesiti e anzi, se tanto mi da tanto, sarà lo sprone per iniziare un dialogo molto molto proficuo, che porterà lontano.

 

COME SUPERARE LA CRISI DELL'AFTER, IL DOPO

Con una scatola di AFTER EIGHT, i buonissimi cioccolatini inglesi

Immancabili dopo ogni té, concludono in maniera elegante ogni piccolo ricevimento british. Sono piccole sfoglie di cioccolato ripiene di fresca menta, una delizia. Ricordo quando mia nonna me li fece assaggiare la prima volta: i cioccolatini erano facili da masticare anche per me bimbetto e la menta si scioglieva gentile e quasi liquida nel mio palato. Che delizia.

Chi li ha inventati doveva essere un genio. Ode a te, pasticcere Brian Sollitt che li ha ideati nel 1962 (sono più giovani di me!) e li ha diffusi per tutta la nazione. Ma una cosa buona subito travalica i confini nazionali e si espande in tutto il mondo, per la gioia di grandi e piccini. The class is not water!

Ne tengo sempre una scatolina in frigo e li offro agli ospiti, volete favorire?