(Lettera spedita alla famiglia del suicida, bisogna prendersi le proprie responsabilità)
Ho conosciuto Daniele per la prima volta tanti anni fa, agli inizi della mia professione di psicologo, quando lui aveva solo 10 anni. Venne nel mio studio accompagnato dalla madre, lei con problemi di alcolismo, trattata da una collega. Il bambino era in grande crisi, avendo i genitori divorziato da poco. Non se ne faceva una ragione, aveva continui incubi la notte, non parlava più con nessuno, a scuola era una continua scena muta (purtroppo la depressione esiste anche nei bambini).
In questi casi le regole di intervento sono piuttosto semplici. Silenzio. Rispetto. Evitare commenti da “pacca sulla spalla”, invasivi o diretti. Non provare insomma a “tirarlo su” (questo in genere vale con tutti i depressi) anche se l’han mandato da te per questo. Il risultato sarebbe fasullo.
Il bambino non piangeva neanche (brutto segno) e si limitava a guardare il pavimento. Dopo un po’ mi presentai e chiesi se era disposto a farmi qualche disegno. All’inizio era titubante, poi quando capì che non li avrei mostrati a sua madre divenne un fiume in piena e mi riempì una intera cartelletta. Aveva proprio bisogno di esprimersi, in quella famiglia il dolore era troppo congelato.
Un disegno tra i tanti mi rimase impresso. Erano i tempi della morte per Aids di Freddie Mercury. Davide disegnò una storia in cui un dottore comunicava a Freddie Mercury che era malato e purtroppo sarebbe morto presto. Al che Freddie, dopo averlo ascoltato, pensava “allora ho poco tempo, devo scrivere ora le mie canzoni più belle”. Guardai la storia e mi commossi. Quel bambino aveva dentro la cosa più importante, come trasformare una tragedia in una speranza, come reagire. Una lezione imparata da un bambino. Negli anni seguenti pensavo a lui con molta dolcezza.
Più di trent’anni dopo mi ricontattò, scoprii che anche lui aveva un buon ricordo di me. Purtroppo negli anni erano diventate molto evidenti le sue difficoltà relazionali, soffriva per una forte dismorfofobia (percezione del corpo alterata). Ci mettemmo d’accordo per consulti solo online ma dato che anche in quel caso si vergognava di se stesso mi lasciava intravedere solo i capelli biondi. Era infatti convintissimo di essere basso, grasso, col naso storto etc e che non avrebbe mai avuto una donna per questi motivi. Beveva, fumava troppo e si stava evidentemente lasciando andare.
Con lui iniziai un percorso psicologico purtroppo molto molto incostante., mi chiamava (se mi chiamava) una volta al mese, in genere per narrarmi dei suoi fallimenti relazionali. Ogni mese poi, tra coca alcol e fumo, se ne andava mezzo stipendio per cui era sempre con problemi economici, “un borghese decaduto” si definiva (riaffiorava qui la sua antica depressione). Purtroppo i suoi fantasmi personali e le dipendenze hanno sempre avuto la meglio sui tentativi di avere una qualsivoglia relazione sentimentali, “mi sono rassegnato a fare una vita da Incel”. Malgrado lo esortassi a più riprese di recarsi al Sert, Noa e/o al CPS competente ci andò solo pochissime volte.
L’impressione era quella di una persona che volesse lasciarsi andare e facesse ben poco per reagire, rifiutando ogni aiuto, usando le sue energie e la intelligenza, come spesso fanno i depressi, per escogitare nuove sconfitte.
Ad un certo punto sparì, per un anno non rispose a messaggi o telefonate. Si rifece vivo a marzo 2026 solo per chiedere di prescrivergli un farmaco che usavano in Svizzera nei suicidi assistiti. Una richiesta evidentemente provocatoria che non volevo né potevo esaudire. Ma come mai quella richiesta? Nel corso dell’anno di silenzio tutto nella sua vita era andato a rotoli: licenziato dall’Amsa per assenze ingiustificate, non si era cercato un nuovo lavoro né aveva instaurato una qualsivoglia relazione, viveva con la Naspi (che a malapena copriva i suoi vizi). E, cosa ancor più grave, aveva fatto una vendita scellerata della sua casa di proprietà ereditata, comprando in cambio una casa non utilizzabile e dilapidando in un mese i soldi che erano rimasti.
Tutte cose che la sua famiglia, che lo supportava da tempo, conosce meglio di me dato che lui a me ne parlava con molta reticenza. Aveva litigato con tutti e stava volontariamente toccando il fondo, malgrado le sue potenzialità. Il 25 giugno dovette lasciare casa, “sono per strada”. Pochi giorni dopo il tragico epilogo a soli 45 anni.
Una storia amarissima. I fantasmi personali che una persona ha e si porta dentro sin da bambino sono stati in questo caso più forti di tutto, delle esperienze, dei consigli, dell’aiuto. Daniele è stata per me la riprova di qualcosa che mi hanno sempre detto i maestri e a cui io mi ribellavo: “se una persona non vuole essere aiutata non la puoi aiutare. Puoi lanciargli cento salvagenti ma se vuole affondare lo farà.” Rimane sempre il dubbio ...se avessi fatto se avessi detto… ma ormai il tempo è finito.
Luca Tartaro